Il PAT di Spresiano - I contenuti sul consumo di suolo e sulle attività di cava. Facciamo un attimo di chiarezza.

  • Posted on: 2 August 2017
  • By: Oscar Borsato

Nel Gazzettino di Treviso di oggi, 2 agosto 2017 pagina VIII, è pubblicato un articolo dal titolo dal titolo “PAT gela Fassa Bortolo, bloccati gli impianti[1], nel quale si evidenzia  il conflitto tra lo strumento per il governo del territorio e la situazione imprenditoriale del gruppo Fassa Bortolo, vista l’applicazione delle linee guida regionali che dovrebbero limitare lo spreco del consumo di suolo, di cui alla Legge Regionale n.14 del 6 giugno 2017.

Facciamo brevemente il punto della situazione prima di valutare l’inutilità di detta norma in materia di estrazione di ghiaia, sia in campagna, che in alveo del Piave, e come cambiano le misure in tema di estrazione, in peggio per l’ambiente e la qualità della vita cittadina. Affrontiamo un tema alla volta.

La normativa principale che regola le estrazioni di materiale è la Legge Regionale n.44 del 7 settembre 1982 “Norme per la disciplina delle attività di cava”, programmazione questa recepita in parte perchè:

  1. non sono mai state declinate le linee guida (che dovevano essere fatte dalla Giunta regionale entro 180 giorni dalla data di pubblicazione);
  2. manca l’approvazione del Piano Cava PRAC (per ora solo adottato dalla Giunta);

Come si nota in trentacinque anni le cave hanno avuto la libertà di agire e come questa mancata regolazione dell’uso del territorio abbia prodotto la situazione “lunare” che è bene visibile da tutti e che ha provocato delle variazioni sul sistema linfatico del terreno, situazioni idrogeologiche non più sanabili.

Ho voluto fare questa precisazione per identificare con maggiore attenzione l’argomento che si sta trattando. Detto questo focalizziamoci sulla relazione tra “ambiente scavato e consumo di suolo” affermando che la normativa che dovrebbe limitare l’uso sconveniente di questa risorsa primaria (il terreno), non produce nessun effetto su quanto esposto nella sua rubrica.

Se all’art. 2 “Definizioni” della LR 14/2017 si definisce il consumo di suolo come “l’incremento della superficie naturale e seminaturale interessata da interventi di impermeabilizzazione del suolo, o da interventi di copertura artificiale, scavo o rimozione, che ne compromettano le funzioni eco-sistemiche e le potenzialità produttive…”, nell’art. 12 “Disposizioni finali” (lett. f)) si mette in pratica tutto il contrario di quanto predicato, in altre parole “Sono sempre consentiti sin dall’entrata in vigore della presente legge ed anche successivamente, in deroga ai limiti stabiliti dal provvedimento della Giunta regionale”…” l’attività di cava ai sensi della vigente normativa”.

Quindi, in modo paradossale, il Legislatore Veneto non considera come consumo di suolo l’abuso del territorio per fini di scavo, smentendo se stesso, abrogando anche altre attività che sono il vero fattore bulimico di terra.

Rimaniamo in tema di poli di estrazione.

Come si è visto, la legge regionale sul consumo di suolo non va ad incidere minimamente sulla programmazione territoriale, anziché  limitare lascia inalterato quanto legiferato in precedenza

Una domanda è importante: cosa significa “ai sensi della vigente normativa”? È questa la questione fondamentale se vogliamo capire esattamente come cambiano le politiche regionali nelle estrazioni.

Per capire bene quello che succede è indispensabile cambiare normativa, una delle ultime dello scorso anno (2016), la n.30 del 30 dicembreCollegato alla Legge di stabilità 2017”, specificatamente all’art. 95Prime disposizioni in materia di pianificazione regionale delle attività di cava”, che con i suoi dodici commi salvaguardia le attività imprenditoriali che lavorano nel settore, a discapito della “res publica”.

Vediamoli uno per uno in forma discorsiva con relative ed immediate riflessioni.

(comma 1) Oltre che a definire la concorrenza da parte dei privati imprenditori per rivalorizzare il territorio non rinnovabile consumato, questo dispositivo concede la possibilità di contenere materiale inerte, come sabbie, ghiaie e calcari per cemento risultante da altri poli o da altri estratti in corso di realizzazione di opere pubbliche e di pubblica. Ciò significa che il materiale esportato dalla costruenda Superstrada Pedemontana Veneta avrà la possibilità di (comma2) essere stoccato e lavorato, con almeno 500.000 di risulta, nelle cave non estinte e quanto il materiale risulti essere qualificabile come sotto prodotto (lett. a)) e che i materiali originari già presenti nell’esistente (lett. b))., in termini stabiliti rideterminati in proporzione alla misura del conferimento medesimo (comma 3).

In questi primi tre commi possiamo identificare con precisione la questione dei mezzi pesanti che attraverseranno i centri abitati delle frazioni comunali vicino all’asse autostradale sopra menzionato per i prossimi anni,, fino all’ultimazione dell’opera, non come detto nei soli tre mesi.. Finora i Sindaci, attraverso la Polizia Municipale, si sono interessati alla sola questione dell’attraversamento pesante dei mezzi, andando così ad arginare l’immediato, senza vedere il lungo termine. Quello che non è stata chiesta, e che sarebbe doveroso ottenere è un’adeguata compensazione da parte della Regione del Veneto o dal Consorzio SIS, in termini economici o di lavori di ripristino, quanto consumato in valuta di consumo del manto stradale ed ambientale, nonché i disagi per la circolazione. Ricordo che quanto avviene è fuori da ogni convenzione esistente tra cavatori ed Ente locale, perché l’impresa si adotta come luogo di stoccaggio, non come estrazione. Va da se che i Comuni si troveranno a riparare il manto della loro infrastruttura, senza alcun aiuto da chi la deteriora pesantemente.

Se per un periodo di nove anni (comma 4) non è più consentita l’autorizzazione di nuove cave di ghiaia e sabbia, nel comma successivo (5) si autorizzano i soli ampliamenti, eseguiti da un tecnico professionista (comma 6), dei punti non ancora integralmente istinti, all’impresa, o alle imprese, che non presentino un volume residuo estraibile superiore a cinquecentomila metri cubi (lett. a)) e  il 50 per cento del volume complessivamente già autorizzato (lett. b)), con esclusione dalla volumetria degli impianti di lavorazione presenti nell’area (lett. c)).

Alla lett. d) del presente comma 5, già si eliminano i parametri precedente espressi in quanto questa pone dei limiti estrattivi di 8,5 milioni di cubi solo nelle provincie di Verona e Vicenza, per le restanti un termine non è previsto. Sempre nello stesso paragrafo si elimina la temporaneità di cui al comma 4 (nove anni) per il blocco, in quanto le previsioni del PRAC, mai approvato dal Consiglio regionale, sono novennali e soggette a revisione almeno ogni tre anni e comunque ogni qualvolta se ne determini la necessità.  

Alla lett. e) si arriva al paradosso perché, tali autorizzazioni di ampliamento possono raddoppiare la profondità, prendendo come parametro iniziale la volumetria già autorizzata. Unico vincolo di questo è l’impossibilità di scavare sottofalda.

Se fino a questo punto si è pensato che si andasse verso l’abbondanza di agevolazioni date dal Legislatore regionale verso i cavatori, vi siete sbagliati, non sono ancora finite. Vediamo.

In molti casi, nei territori comunali ci sono più punti estrattivi adiacenti appartenenti ad un’unica impresa, quindi l’Amministrazione Zaia ha concesso (comma 7) la possibilità di creare un unico progetto contiguo che può prevedere una diversa ripartizione delle quantità in ampliamento tra le singole autorizzazioni, quindi la cumulabilità dei due vantaggi di scavo, fino ad un possibile 1 milione di metri cubi.

Per tutti questi progetti di amplificazione volumetrici, al comma 8, vengono concesse ulteriori deroghe, tra le quali:

  • per il quantitativo massimo del 30% di ampliamento,
  • viene abrogato il divieto dell’utilizzo di più del tre per cento del territorio agricolo comunale, indipendentemente dalle eventuali ricomposizioni ed estinzioni di cave già autorizzate a partire dall'entrata in vigore della legge regionale 17 aprile 1975, n. 36 , considerate comunque nel computo del tre per cento;
  • alla fascia di rispetto minima dei 200 metri dalle aree con destinazione urbanistica A, B, C, D e F.

Questo significa che le attività di cava hanno il libero accesso, tramite gli ampliamenti sopra enunciati, ad una quantità maggiore del 3% del territorio comunale (eliminazione della SAU), con la possibilità di avvicinare il “cratere” anche nei pressi dei centri abitati o a zone produttive, o magari a scuole od edifici pubblici, con la valutazione preventiva di una VIA (comma 9).

Si pensi che le disposizioni riguardanti il limite temporale dei nove anni (c.4) e quelle al comma 5 non si applicano a chi ha già avviato un’attività di cava all’entrata della normativa regionale n.30/2016 in esame (comma 10).

Tutto questo quasi gratis, perché alla Regione del Veneto, da parte del privato, deve essere corrisposta una somma pari al 20% di quanto corrisposto al Comune.

 

Quali conseguenze può avere l’inutile legge sul consumo di suolo legiferata il 6 giugno u.s. sulle attività di cava? E’ facilmente intuibile che le imprese abbiano già riconosciute nel tempo la possibilità di crearsi come punto di raccolta e lavorazione del materiale di Superstrada Pedemontana Veneta, di ampliarsi fino al raddoppio, di non pagare i danni causati dai camion, di non avere una adeguata distanza dai centri abitati per una salvaguardia del paesaggio, si è tolto il limite di estrazione…. e altro come sopra.

Quindi queste grandi salvaguardie, il PAT di Spresiano, grazie ad una legislazione regionale farlocca, non le presenta alla propria cittadinanza. E’ privo delle vere salvaguardie di natura ambientale, urbanistica, territoriale e paesaggistica.




[1] a firma di Mattia Zanardo