Comunicazione congiunta con Alessandra Gava - Segretario Provinciale - SUNIA

  • Posted on: 17 February 2019
  • By: Oscar Borsato

La “necessità di abitazioni”, colpa della crisi economica, sta rientrando nel dibattito accademico e politico. La questione principale è capire quale sia la funzione principale della creazione delle c.d. “case popolari”: questa, già per altro in giurisprudenza fin dagli anni ‘70, viene identificata come “il perseguimento degli scopi interesse pubblico a vantaggio delle classi meno abbienti, alle quali gli alloggi vengono assegnati”. In estrema ratio, questa situazione abitativa agevolata fu creata per delle situazioni (possibilmente) momentanee, ovvero finchè non vi fosse stato un miglioramento della situazione economica, dell’individuo (o della famiglia) così da permettere il passaggio da abitazione tutelata ad una in mercato libero.
Anche in Veneto però, questa situazione di straordinarietà è stata recepita come un diritto acquisito. Anche dove l’evoluzione della situazione economica e patrimoniale, avrebbe permesso di passare ad una situazione abitativa non pubblica, molte famiglie hanno continuato ad alloggiare nelle case popolari. Gli anni 70 ed 80 sono stati decenni fortunati, di grandi interventi pubblici e di abbondante offerta di lavoro, cosicché ,pur contravvenendo alla regola fondamentale d’istituzione, gli IACP riuscivano a mantenere inalterata la capacità di risoluzione del problema per le fasce più deboli Questa situazione ha pero’ingenerato la percezione distorta che il problema della locazione non fosse più tanto pressante e che una casa assegnata fosse per sempre, magari con un piccolo ritocco al rialzo dell’affitto.
Nel tempo e con il mutare del panorama economico e sociale, questa azione di protezione individuale, invece di curare una ferita sociale, si è trasformata in una forma marcata di disuguaglianza, divenendo ora quasi uno scontro generazionale tra i “falsi” diritti acquisiti degli anziani e la necessità delle “povere” contemporanee esigenze, come la fragilità occupazionale e famigliare per i giovani.
Si è quindi reso necessario fare ordine, ristabilire i criteri base per l’uso di un immobile di residenza pubblica, ritornare alla fase iniziale del perseguimento dell’interesse pubblico. Ma a quale platea si fa riferimento e qual’è il modo di azzerare i diritti acquisiti?
La crisi economica del 2007 e un fattore temporale (lungo quasi 50 anni) hanno capovolto le esigenze degli utenti degli alloggi di residenza popolare: se da prima, con un mercato del lavoro efficiente le famiglie erano tutelate, a distanza di tempo, questo ha trasformato i genitori in pensionati (con stabilità economica), mentre le nuove famiglie si stanno impoverendo con una sempre aumentata incidenza dei costi abitativi ( nel 1980 il costo abitativo rappresentava circa il 30% del salario - oggi supera il 50%)
I primi (spesso con una solida e consolidata capacità economica) rimangono negli alloggi pubblici, mentre i secondi (spesso monofamiglie) sono vittime del mercato libero, privi di ogni tutela ed impossibilitati ad accedere agli alloggi popolari.
Sembra un paradosso ma nei nostri anni una pensione media è nettamente superiore ad uno stipendio base (quello della c.d. Generazione Tuareg).
I giovani lavoratori, le famiglie appena create, sono quindi tra le categorie di popolazione a rischio di esclusione abitativa e sociale dal momento che i crescenti livelli di disoccupazione li espongono sempre più spesso a condizioni di difficoltà e vulnerabilità.
Tutelare l’interesse pubblico a nostro avviso significa anche aiutare coloro che hanno difficoltà di accedere ad un’abitazione e che non hanno una possibilità di elevarsi economicamente, resi prigionieri dai lacci della povertà economica ed abitativa.
E’ proprio in questa direzione che si stanno orientando le politiche pubbliche regionali per la “casa” (per esempio Veneto, Lombardia, Emilia Romagna) sondando le reali capacità economiche mediante l’ Isee e monitorando il patrimonio immobiliare dei singoli. La Regione Veneto ha licenziato a novembre la legge n.39 che poteva essere fatta meglio e che poteva mettere meglio fuoco le complesse esigenze dei singoli e della società.
Ad es. noi riteniamo che la Regione debba calibrare al rialzo il limite di 20.000 euro di Isee equiparandolo ai valori dei cugini lombardi (30.000 euro) e che debba utilizzare la mobilità con intelligenza e sensibilità.
I prossimi due anni chiameranno politici, amministratori locali ed assegnatari ad un grande sforzo di comprensione, sensibilizzazione e responsabilizzazione. Se ben calibrata ed applicata in maniera equa, questa legge potrebbe divenire uno strumento per togliere gli alloggi ai furbetti, pensare alle assegnazioni in modo che non si creino ghetti generazionali ed etnici, rispondere alle esigenze abitative dei portatori di handicap e finalmente provare a rendere stanziale la generazione Tuareg sempre alla ricerca di un nuovo lavoro, un nuovo alloggi.

Oscar Borsato - PD Provinciale di Treviso
Alessandra Gava - Segretario Provinciale - SUNIA

Posizione

Treviso
Italia
IT