Osservazioni alla Proposta di Legge regionale n°14 “Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo, la rigenerazione urbana e il miglioramento della qualità insediativa” presentata dal Presidente della Regione Veneto Luca Zaia.

  • Posted on: 28 July 2015
  • By: Oscar Borsato

Introduzione

Nel Consiglio Regionale del 26 giugno us, il riconfermato Presidente della Regione del Veneto Luca Zaia ha dettato la linea maestra della X Legislatura 2015-2020, presentando 20 (venti) Progetti di Legge che, secondo la nuova Giunta, costituiscono i temi principali dell’agenda politica in Veneto. Tra queste proposte vi è un argomento attuale e di estrema difficoltà applicativa, mi riferisco alla Proposta di Legge (PDL) n.14 del 26/06/2015 “Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo, la rigenerazione urbana e il miglioramento della qualità insediativa”.

Con questo dispositivo di legge, finalmente s’inizia ad affrontare una questione molto seria che affligge il Veneto, ossia la feroce cementificazione; argomento dibattuto a qualsiasi livello, sia nell’ambito della ricerca scientifica che nel dibattito pubblico. Le idee di ripensamento della gestione delle trasformazioni d’uso del suolo in Veneto giungono nei banchi di Palazzo Ferro Fini con nove anni di ritardo, da quando nel 2006 la Commissione europea aveva emanato un documento d’indirizzo per l’uscita dalla via del cemento, un fascicolo nominato “Strategia tematica per la protezione del suolo 2006 (COM(2006)231)”. Documento che pur non portando ad una Direttiva giungeva comunque a suggerire un rapporto di Linee Guida per la Limitazione, Mitigazione e Compensazione dei consumi di suolo (2012), misure definite dalla Commissione Europea “incrementali” ovvero tese a ridurre i consumi o, se irrimediabili, a mitigarne o compensarne gli impatti ambientali diretti ed indiretti con misure chiara e ben definite

Ma se non per le misure, è ormai chiaro alla Commissione Europea che il suolo è un bene finito e irriproducibile, dalla cui salvaguardia dipende la salute e in generale la qualità della vita dell’uomo sulla terra. Qualsiasi strategia di lungo periodo dovrebbe tenere in considerazione che un consumo di suolo, oltre ad avere un costo ambientale nel breve periodo, determina un costo sociale nel lungo periodo che spesso è sottaciuto (risaputo ad esempio che le malattie cardiovascolari e polmonari sono dovute alla cattiva qualità dell’aria che è influenzata direttamente dai processi di risospensione del particolato in atmosfera per effetto della cementificazione).

In Veneto abbiamo perso un decennio, abbiamo “sprecato” suolo, milioni di metri quadrati di vita, perché non si sono voluti applicare i fondamentali principi normativi del governo del territorio, argomento già presente nella legge urbanistica regionale. Il risparmio di terra (e di energia) è intrinseco nel concetto di “sostenibilità”, più volte ripreso in maniera fittizia, ma sempre sostanzialmente ignorato, mai politicamente considerato al cuore di una “reale” agenda politica.

Nel merito, la Legge urbanistica del 2004 recita all’art.2 comma d): “La presente legge stabilisce criteri, indirizzi, metodi e contenuti degli strumenti di pianificazione, per il raggiungimento delle seguenti finalità: (d) “utilizzo di nuove risorse territoriali solo quando non esistano alternative alla riorganizzazione e riqualificazione del tessuto insediativo esistente”.

Analisi della PDL 14

È dal concetto di “crisis” che voglio iniziare l’analisi, non dal comune punto di vista negativo, bensì dal suo significato etimologico, ovvero quello di “cambiamento”. Siamo arrivati a un punto storico, dov’è necessario mutare l’approccio verso il mondo, che è in continua evoluzione. Dobbiamo studiare una società che ha sempre bisogni diversi e più complessi, analizzare i servizi pubblici con una condizione economica sempre più precaria. Si tratta quindi di intraprendere delle decisioni ottimizzando le risorse economiche, legislative, strutturali e umane già presenti ma non coordinate.

La legge che è stata proposta, a mio avviso, è completamente difforme dal tema principale del consumo di suolo e la difesa dell’ambiente naturale (non tutela le attività produttive legate direttamente all’industria primaria). Una delle continuità del passato che non si vuole fermare, è il rafforzamento degli aspetti deregolamentativi che bypassano ogni singola progettazione comunale, che hanno una dicotomia concettuale tra quanto proposto e quanto poi effettivamente da realizzarsi. Mi riferisco alla più volte menzionata locuzione “anche in deroga agli strumenti urbanistici vigenti”. Quindi, il primo firmatario della legge vuole da una parte combattere lo sfruttamento del suolo, ma dall’altra parte si vuol ignorare ogni previsione del PAT locale. Come si evince in modo chiaro, con questa regola si favoriranno le imprese private perchè avranno la facoltà di gestire il bene comune, cementificandolo ulteriormente. È vero che il suolo è un bene in larga parte privato, in altre parole: parcellizzato, acquisito e sfruttato ai fini più o meno antropici, ma è proprio nell’ambito di una nuova gestione regolativa di tale bene che va chiarito il ruolo “pubblicistico” di una sua regolazione sostanziale. È cioè l’effetto della regolazione dell’uso che ha un valore “pubblico” non l’assetto proprietario. Spesso si è confusa la regolazione degli usi con il regime di proprietà, ma una legge che miri a limitare i consumi di suolo in maniera pragmatica e non revanscista dovrebbe attingere da tutti gli strumenti che possano “governare” il limite alla trasformazione dell’uso che provochi una perdita irreversibile delle funzioni biologiche primarie del suolo.)

Oltre a non presentare le caratteristiche volute dai vademecum d’indirizzo scritti dall’Ente Europa (come indicato all’art.1 c.3), questa proposta di legge non segue le indicazioni sull’organizzazione amministrativa emanata, in primis, dalla Regione del Veneto nella scorsa Legislatura, in seguito adottata anche dagli Enti provinciali. In più, essa è priva di una delle caratteristiche fondamentali di una norma giuridica: “la novità”. “Ogni norma è emanata per regolare un comportamento che fino a ieri si riteneva non dovesse essere regolato, oppure allo scopo di modificare un regolamento di quel tale comportamento già esistente”. Essa difatti presenta una serie di elementi oramai passati: quando si discute di temi per la riqualificazione del territorio, è indispensabile osservare il disegno complessivo, valutare l’interconnessione “di un territorio formato da altri territori” (P.L. Crosta, 2010), non parcellizzando il punto di vista.

Il tema da dover affrontare, obbligatoriamente e prioritariamente, è “l’organizzazione spaziale sovra comunale attraverso i PATI (Piani di Assetto del Territorio Intercomunali”, ideale per la creazione di un sistema in grado di ragionare su concetti di pianificazione di area vasta, come previsti dalla:

  • ·                Legge n.56 del 7 aprile 2014,Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”, che ridisegna confini e competenze dell'amministrazione locale. (cd Legge Delrio);
  • ·                Legge regionale del Veneto 27 aprile 2012, n. 18,Disciplina dell’esercizio associato di funzioni e servizi comunali”;
  • ·                Legge regionale Urbanistica del Veneto 23 aprile 2004, n. 11, “Norme per il governo del territorio e in materia di paesaggio”.

Riflettere su strutture amministrative aggregate (eventualmente prendendo come indicazione la LR 18/2012 o proprio a livello provinciale), darà la possibilità di riaprire un dibattito attorno ad un grosso dilemma dell’urbanistica contemporanea, quello del ripensamento delle piattaforme produttive (industriali o artigianali) e commerciali o alla dismissione d’immobili pubblici (es. caserme). Questioni, che oggi riemergono fortemente a causa di una crisi che è un’occasione di “ripensamento” ad un modello di sviluppo largamente miope, che ha assecondato le pulsioni della richiesta diffusa, dell’atomizzazione produttiva, del consenso politico; ma che erano i veri temi della riforma urbanistica voluta dall’INU nel 1995, e che prima ancora riguardavano le prime ricerche sui “piani di comprensorio” che dovevano proprio trattare temi di riassetto metropolitano riguardanti le funzioni sovralocali.

Sulle aree produttive nel territorio del Veneto: in merito a quest’argomento c’è da segnalare la completa mancanza di un approccio serio e strutturato al riassetto delle aree industriali, nessun cenno sulla “riorganizzazione territoriale di dette superfici” nel Disegno di Legge proposto dal Presidente Luca Zaia.

La regione Veneto dalla metà degli anni Sessanta ha avuto una forte propensione legata a settori produttivi, artigianali ed industriali, che hanno da sempre dato una forte pressione sul sistema ecologico naturale, in termini di consumo di suolo e di altre fonti naturali, inoltre con costi indiretti riguardanti le immissioni di reflui e di vari elementi inquinanti. Non è questo il luogo per descrivere le motivazioni che hanno portato all’abbandono delle aree produttive, le quali sono visibilmente presente cosa, hanno lasciato in eredità la loro fuga: territori feriti, disoccupazione e problemi ambientali. Questi ultimi rendono difficoltose le operazioni di riuso, viste le alte spese necessarie per compiere dei lavori di bonifica.

Alla già complicata gestione del nuovo modello organizzativo, si deve aggiungere il problema della messa in regola ambientale prima di avviare delle forme si riqualificazione, rivalorizzazione economica e le procedure amministrative necessarie.

Il primo firmatario si dimentica che la progettazione urbanistica di queste opere, come si può intuire, si complica nella suddivisione tra aree da bonificare e quelle non compromesse, le quali hanno per loro competenza Enti diversi, specialmente se l’area è compromessa dalla presenza di sostanze chimiche. Un esempio è la grande area industriale di Mestre, Porto Marghera (5.800 ha), nella lista dei 57 siti d’interesse nazionale (SIN) – (L.426/1998). L’area veneziana è la prima in elenco, la cui gestione è affidata al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Rimanendo in ambito locale, Delibera Giunta Regionale n.4067 del 30/12/2008 ha dato avvio all’“Istruzione dell’Anagrafe dei Siti da bonificare ai sensi del D.Lgs n.152 del 3/4/2006 s.m.i. , e tramite il PRBAI 2013 (Piano Regionale Bonifiche Aree Inquinate) individua 559 siti, con una individuazione di 66 aree produttive dismesse che sono identificare come interesse regionale (SIR) (sup. di 3000 ha).

Quando si parla di consumo di suolo, prima di essere un argomento di riordino incrociato tra tessuto antropizzato e quello ancora “verde”, si deve analizzare la questione ecologica, che è un argomento che mettersi in via prioritaria. La priorità quindi è quella di ripristinare quelle aree inquinate centrali, moltissime delle quali situate in città. Per rendere possibile il rilancio di queste aree industriali dismesse e contaminate è necessario:

      avere un valore di mercato;

      adeguata destinazione d’uso;

      sistema partecipativo della popolazione limitrofa;

      attivare degli incentivi, affinché dei possibili stock-holders possano investire in un progetto di rigenerazione.

 Com’è noto, la mancanza di risorse economiche per ristabilire l’equilibrio ambientale nelle ex superfici produttive non utilizzate, ha portato al blocco dei lavori di bonifica, lasciandole a se stesse, facendole diventare delle vere e proprie “bombe” contro la salute pubblica. Poiché in questa sede si cercano soluzioni alternative a quelle proposte dal Presidente Luca Zaia, una possibilità che trovo interessante è quella di recuperare i fondi necessari alla riqualificazione delle zone compromesse attraverso un aumento della tassazione locale nelle future zone che consumano terreno. Com’è possibile raggiungere quest’obiettivo?  Innanzitutto il Comune deve ritornare al suo esercizio primario di figura dirigente del proprio sistema, prendendo come priorità l’osservazione del territorio di appartenenza, in osservanza dell’art.2 comma d) della L.r. 11/2004.

Come si è visto, la stratificazione degli organismi dello Stato sono molti, ma per riassumere l’ente Provincia viene assegnato il compito di coordinamento generale, proprio dalla Legge Regionale n.11 del 2004, Capo II, art.22 commi l) e m). Nulla vieta alla Regione del Veneto di riacquisire le competenze dirette previste dal TUEL art.5 comma 1. Se si volesse perseguire questa strada, sarà importante l’abrogazione dei commi sopra menzionati, quindi la riformulazione delle competenze.

Come indicato all’inizio, gli strumenti per attivare una giusta pianificazione ottimizzata con il risparmio del suolo, sono già presenti. Difatti la Provincia di Treviso (ad esempio) aveva prontamente realizzato nel 2005 il “QUAP – Qualità Urbanistica delle Aree Produttive”. Poi nel 2011 fu adottato il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale. Il dispositivo necessario per raggiungere il fine organizzativo delle superfici in esame lo possiamo trovare nel volume “Relazione e quaderno progetti del PTCP Treviso”, specificatamente nelle pagg.70 e 71, dove si trovano elencati gli indirizzi, come:

-                uso razionale delle risorse territoriali ricercando alternative di riorganizzazione e riqualificazione del tessuto insediativo esistente;

-                localizzazione “intercomunale” per soddisfare le esigenze di più Comuni e razionalizzare i servizi;

-                localizzazione in aree dotate di adeguate infrastrutture di accesso e collegamento alla rete infrastrutturale e in aree preferibilmente contigue a quelle già a destinazione produttiva;

-                dimensionamento dell’intervento in relazione al fabbisogno dimostrato;

-                previsione di interventi di mitigazione ambientale (es. superficie da piantumare rapportata alla superficie coperta) anche introducendo gli indici di riequilibrio finalizzati a minimizzare gli impatti;

-                previsione della realizzazione di servizi intercomunali, quali sistemi di trasporto collettivi, servizi per il benessere e dotazioni dell’arredo urbano;

-                previsione della percentuale massima di impermeabilizzazione;

-                promozione di concorsi di progettazione per la riorganizzazione delle zone produttive di interesse provinciale (vedi anche documento del QUAP- Qualità Urbanistica Aree Produttive).

Ad oggi è impossibile dibattere su questo argomento vista la frammentazione amministrativa che si riconosce nell’ambito del governo del territorio  di livello comunale che si vuol prendere in esame nella PDL n.14. Riprogettare le zone industriali, densificandole o diradandole rispetto ad una visione di territorio provinciale, anziché comunale, è utile per dare una svolta di novità all’interno della programmazione edificatoria regionale, in quanto, la ricollocazione delle attività produttive in luoghi adeguati nelle infrastrutture (stradali e tecnologiche) può indurre all’apertura di scenari inediti:

·                l’utilizzo della perequazione economica, nel momento in cui si voglia razionalizzare le aree produttive. Ad esempio: quando si pianifica, (introducendo delle sostanziali modifiche alle superfici, le quali hanno una destinazione urbanistica), ci si deve ricordare che queste azioni comportano delle variazioni al bilancio locale, tramite il proprio regime di tassazione;

·                il notevole risparmio sulla formulazione di programmi pianificatori condivisi;

·                la maggiore operatività da parte dei progettisti;

·                la possibilità di dare dei luoghi adeguati alle start up di alta formazione;

·                l’applicazione delle defiscalizzazioni con lo strumento delle “reti d’impresa”.

In questo Disegno di Legge non è assolutamente chiara la posizione delle fondamentali idee di densificazione del comparto urbano, cioè la ricollocazione degli spazi al fine di accrescere le capacità naturali eco-sostenibili e di ottimizzazione del consumo energetico (minore spesa pubblica). Esso presenta delle grandi lacune progettuali.

Innanzitutto parte dei principi fondatori, citati all’art.1 comma 3, sono totalmente assenti, come:

·                identificare i parametri europei di azzeramento entro il 2050: non si fa riferimento ad alcuna norma europea, si cita solamente l’argomento. Se si vanno a consultare le indicazioni europee si nota che quanto stabilito nella Proposta di Legge è completamente difforme da quanto stabilito in sede comunitaria;

·                non identifica le strategie di ripristino della naturalità e delle funzioni eco-sistemiche dei suoli: forse perché una volta distrutto o gravemente degradato, un suolo non potrà più essere ripristinato;

·                non vi è traccia che parli della messa in sicurezza degli ambiti territoriali ad alta pericolosità idraulica e geologica.

·                non tratta la grande questione del “risuo di piano” ovvero il grande serbatorio di previsioni edificatorie “ereditate nei PAT dai precedenti PRG, né esprime un indirizzo chiaro che guidi in materia giurisprudenziale l’annullamento delle previs  ioni edificatorie ereditate del precedente strumento urbanistico;

·                non considera l’aspetto che, fra gli altri, ha l’effetto deterrente più importante nell’utilizzo di ulteriori suoli liberi ai fini edificatori, ovvero un sistema di tassazione incrementale basato sulla qualità dei suoli liberi. Così come in Germania o nei Paesi Bassi, anche in Veneto l’utilizzo di un suolo agricolo potrebbe venir concesso ma sulla base di un pagamento che riflette la perdita di capacità d’uso di quel suolo di produrre biomassa.

Per quanto riguarda le altre tre tematiche: “facilitare il pieno utilizzo delle potenzialità insediative delle aree urbanizzate, riqualificazione e valorizzazione del tessuto edilizio urbano attraverso incentivi appropriati e rivitalizzare la città pubblica attraverso partnership pubblico privato”, queste non sono ben definite e non sufficientemente spiegate, tralasciando la precisione che ci si aspetta dal Legislatore Veneto.

Si possono aggiungere alla lista anche la mancanza di un articolo che abroghi parte della “legge madre di tutti i consumi di terra in Veneto”, cioè la Legge regionale 16 marzo 2015, n. 4Modifiche di Legge regionali e disposizioni in materia di governo del territorio e di aree naturali protette regionali”, gli articoli di riferimento alla costruzione di edifici ad uso commerciale e direzionale, al di sopra di ogni vincolo di protezione ambientale o urbanistica. Quest’ordinamento, se vi ricordate, era stato pensato per coprire dei piccoli abusi edilizi delle rimesse in zone agricole e riclassificare i terreni con possibilità edificatoria ad agricola. Invece il Legislatore regionale ha perso un po’ la direttiva iniziale, trasformando così la Legge in uno strumento di consumo del suolo. È evidente che il PDL n°14 è stato scritto prima dell’emanazione della LR sopora menzionata.

Dai dati del Rapporto ISPRA 2015 emergono numeri importanti che confermano quanto sopra menzionato, evidenziando che, anche in periodo di crisi economico/finanziaria, il fenomeno di degrado dei suoli non diminuisce, una vera e propria speculazione eseguita per il raggiungimento di un rilancio economico con il vecchio pensiero che “il mattone” era una fonte di accrescimento economico nazional-popolare.. Per ben tre volte sono stati lanciati Piani casa del tutto fallimentari, cercando così di invogliare l’investimento sugli orribili ampliamenti residenziali. La certificazione numerica di quanto costruito in surplus alle reali necessità abitative e produttive non può non essere stata valutata in questi anni dalla classe politica veneta.

Nel rapporto annuale 2008 dell’ISTAT si rileva che tra il 2000 e il 2007 in Italia sono stati rilasciati permessi di costruire per oltre 550.000 fabbricati; di questi 391.000 destinati ad uso residenziale, con una forte incidenza delle tipologie mono e bifamiliari. Nel 2007, su un totale di 48.700 edifici residenziali realizzati a libero mercato, il 56% era costituito da 1 o 2 abitazioni. Tenuto conto che la crescita in Italia di popolazione deriva esclusivamente da processi migratori, tali cifre evidenziano una continua immissione nel mercato di una offerta non coerente con la domanda di alloggi sociali e in affitto.

Scorrendo la lettura della PL n°14, non si può non notare una dicotomia illogica di comprendere gli effetti tra le opere di natura pubblica e quelle puramente private (dei piccoli costruttori), costruendo così un “limbo” dove il project financing può liberamente agire. Questo punto della proposta di legge del Presidente Zaia potrebbe sollevare dei vizi d’illegittimità per quanto riguarda l’impresa privata: “perché un grande imprenditore edile, in collaborazione con la PA, può essere estraneo all’applicazione di questa legge?” Fino a prova contraria, l’art. 3 della Cost. afferma che la legge è uguale per tutti.

Quanto appena affermato è ben definito all’art.2 punto 1 comma e) e dal successivo punto 2:

e) i criteri d’individuazione degli interventi pubblici e di interesse pubblico o generale di rilevanza sovra comunale per i quali non trovano applicazione le misure e le limitazioni di cui alla presente legge, fermo restando quanto previsto dagli articoli 7 e 10.”.

2. Dalla data di entrata in vigore della presente legge e fino all’emanazione del provvedimento di cui al comma 1 non è consentita l’introduzione, nei piani territoriali e urbanistici e nelle loro varianti, di nuove previsioni che comportino consumo di suolo, salvo che nei casi di realizzazione di opere pubbliche e di interesse pubblico”.

Vorrei ricordare ai non addetti ai lavori la differenza tra opere pubbliche e quelle di interesse pubblico, prendendo definizione da uno scritto dell’avv. Giovanni Maria di Lieto, il quale afferma: “La dottrina prevalente definisce pubblica quell’opera eseguita da un ente pubblico, di carattere immobiliare, destinata al conseguimento di un pubblico interesse. L’opera pubblica si contrappone all’opera di pubblica utilità, riconoscendosi che quest’ultima, pur soddisfacendo interessi collettivi e possedendo un carattere immobiliare, non è realizzata da un ente pubblico, ma da un soggetto privato”.

La differenza tra i due casi di non applicazione della norma, perdonate la malizia, ma leggo tra le righe, che opere come la Strada Pedemontana Veneta e le grandi opere in progettazione non sono soggette alla norma in esame, come se queste non avessero un impatto sul territorio.

Si vogliono legittimare proprio quelle infrastrutture che sono dei “consumatori di suolo e di energia”, quelle ferite incancellabili che sono da considerarsi fuori misura e fuori scala, come logica sugli effetti che come sistema infrastrutturale. Le stesse che poi, come si può leggere negli articoli di cronaca, lasciano aperti grandi punti interrogativi sulla loro gestione finanziaria e legale, divenendo così opere divoratrici di soldi pubblici. Project financing senza controllo.

Un altro punto non chiaro della proposta di Legge 14 è la parte riguardante la promozione degli incentivi di cui all’art.3 comma 3 ed art.5 comma 6, riguardanti la rigenerazione edilizia.

Nell’immediato, subito dopo la lettura del punto menzionato, mi sorge una domanda: “Si vuole contrastare lo spreco di suolo applicando incrementi premiali in volumetrie o in superfici utili, rispetto ai fabbricati in demolizione, con percentuali aggiuntive dal 15 al 30, tutto questo anche in deroga agli strumenti urbanistici vigenti? (Ergo combatto il logoramento del suolo ampliando l’urbanizzato). Dopo la lettura delle analisi di mercato immobiliare, nonché alla conoscenza delle dinamiche sulla tassazione locale (ed un confronto con gli amici Stefano Salata ed Andrea Rumor), sono arrivato alla conclusione che quanto previsto all’articolo ora in esame è completamente estraneo alle logiche di produzione e mantenimento del manufatto edilizio, perché gli effetti agli incentivi porteranno ad avere:

      un edificio con un costo produzione superiore, vista la cubatura;

      una maggiore difficoltà nella vendita;

      una tassazione locale elevata.

Il suggerimento che voglio fare, razionale con i fini di perseguimento di questa Legge, è il cambiamento radicale della logica degli incrementi premiali. Il fatto è molto chiaro in se stesso, esso rispecchia le basi dell’economia, il ragionamento per cui ogni attore sociale punta all’ottimizzazione delle proprie risorse. Questo si accentua maggiormente se gli operatori sono persone giuridiche.

La proposta alternativa non si basa più sulla logica fisica dell’immobile, ma sulla razionalità economica basata sugli incentivi fiscali della destinazione d’uso dell’immobile.

Attivando questo nuovo ragionamento si possono avere degli effetti positivi:

      il costo di produzione è ben definito fin dall’inizio, senza ulteriori conteggi in itinere, cosicché il prezzo di mercato è competitivo;

      una tassazione locale agevolata in base alla destinazione d’uso e alle persone che occuperanno l’immobile (es: giovane coppia, una famiglia con disabili od anziani, attività produttive). La tempistica potrebbe essere di 10 anni per le famiglie, di 5 anni per le persone giuridiche (eventualmente sottoscriventi ad un contratto di reti d’impresa);

      rispetto sulla programmazione locale dei piani locali del territorio.

Si possono creare incentivi all’affitto di case disabitate, così d’incentivare le misure contro l’impermeabilizzazione del suolo e riempire gli immobili residenziali già presenti.

Prima di continuare con l’analisi, vorrei rimanere brevemente sul rapporto tra tassazione locale e tra pianificazione del territorio finalizzata al contenimento del consumo di suolo. La creazione di una tassazione locale diversa nel territorio comunale, finalizzata al contenimento della risorsa primaria suolo, a mio avviso è utile anche nei casi ordinari di costruzione di manufatti edili, ovvero sia quelli che non comportano uno spostamento dei crediti edilizi dalla periferia ai primi confini della città. L’intervento da porsi sarebbe quello di aumentare in modo graduale sia le imposte che i costi di costruzione. Questa proposta d’azione avrebbe due effetti immediati con percezioni diverse. La prima, quella più immediata, è che il produttore immobiliare troverà più conveniente costruire “nel costruito”. Mentre nella seconda, quella a lunga visione, vi sarà un risparmio in termine di gestionale e di consumo dei servizi obbligatori comunali.

Un altro punto non chiaro, difforme dal fine, di questa PDL 14 è l’ultimo periodo del punto 4 dell’art.3, il quale, riferendosi ad edifici dismessi ed inutilizzati nel procedimento di nuove costruzioni, recita: “In entrambi i casi le aree liberate sono assoggettate a vincolo di non edificazione trascritto presso la conservatoria dei registri immobiliari, sino ad un’eventuale variazione dello strumento che ne stabilisca la nuova destinazione in relazione all’ubicazione nel contesto urbano”. Vorrei focalizzare l’attenzione proprio nella parte sottolineata, perché questo raggiro permetterà d di riclassificare l’area più esterna, quella donatrice dei crediti, con l’inedificabilità della stessa, ma permette poi la variazione della destinazione d’uso “forzata” nuova con una variazione del Piano. Ora, anche i non addetti ai lavori, sanno che l’approvazione di una variante urbanistica è fatta esclusivamente dal Consiglio Comunale, quindi paradossalmente, anche in una breve distanza (1-2 anni), l’area che era stata declassata dopo lo spostamento dei crediti, può ritornare allo status iniziale. Come si può evincere da questo sistema, questo vincolo è invalido perché invece di bloccare, raddoppia la produzione di volumetrie. Inoltre non è chiara la  riclassificazione del terreno privo di credito.

A mio avviso per dar maggior chiarezza al periodo in esame, lo sostituirei con il seguente: ”In entrambi i casi le aree liberate sono assoggettate a vincolo di non edificazione trascritto presso la conservatoria dei registri immobiliari, per un periodo non inferiore ai 30 anni. Se non è trascorso detto termine, la possibilità edificatoria può essere concessa esclusivamente sui criteri di urgenza e di necessità”.

Più continuo a leggere questa norma proposta, più mi accorgo che quanto scritto dal primo firmatario Luca Zaia non è corrispondente alle finalità del “Settimo Programma Quadro di Europa 2050 sul consumo del suolo”, facendo intravvedere che la programmazione strategica del territorio veneto del suo Governo, è solamente una frase scritta in pezzi di carta, e la mancata conoscenza di ciò che si espone. Affermo questo perché il patrimonio naturale non è una questione della Regione del Veneto (ente a garanzia di tutti), ma un “affare” lasciato ai privati imprenditori al di sopra di tutti i Piani Urbanistici, anche quelli riguardanti la rigenerazione urbana. “Gli interventi di rigenerazione urbana da attuarsi negli ambiti individuati ai sensi dei commi da 1 a 4 rispondono agli obiettivi considerati di pubblico interesse, anche ai fini dell’ammissibilità di deroghe alla vigente disciplina urbanistico-edilizia”. Questo è quello ciò che è scritto al comma 5 dell’art.5 del PDL 14. Come sopra menzionato, la programmazione non viene può fatta dalle Amministrazioni locali (Comuni), bensì da privati edili. Perché costituire ancora dei PAT se questi possono essere violati dai grandi cementificatori?  Quest’aspetto di lasciare l’indirizzo gestionale del territorio lo si può notare anche nella norma vergogna Legge regionale 16 marzo 2015, n. 4, quando al di sopra di ogni vincolo di protezione è concessa la costruzione di edifici commerciali fino ad un massimo di 1500 mq. È forse questo il significato di evitare il consumo di suolo?

Quanto finora proposto dal Presidente è estremamente superficiale e fa intuire la volontà di disinteresse generale sul paesaggio veneto, e la conoscenza chi sono gli attori principali delle azioni di riqualificazione urbana e sociale (rigenerazione). Non è mai stata menzionata la questione europea per questa tipologia d’intervento alla città pubblica. Europa, istituzione che tramite la Commissione Europea e il programma Europa 2014-2020 finanzia centinaia di milioni di euro con i Fondi diretti, proprio per le finalità di rigenerazione urbana e coesione sociale. Non sono spesi neanche quei Fondi attribuiti alla Regione del Veneto.

Non si parla di bandi e nemmeno di potenziare o creare delle figure indispensabili (europrogettisti), operazione amministrativa che potrebbe far risparmiare milioni di euro proprio al Bilancio regionale. Quando però si parla di Europa si parla anche di trasparenza e di precise modalità di contabilizzazione della spesa pubblica, iter questo completamente diverso dei project finanching normalmente usati in questi anni dall’Ente Regione.

Un altro punto non chiaro è l’art. 6 del PDL 14 “Politiche attive per la qualità architettonica e per la rigenerazione edilizia ed urbana”, dove non è ben chiara la suddivisione tra il termine “qualità architettonica” e “rigenerazione urbana”. La prima identifica la linea del progetto, la quale segue, solitamente, i tratti architettonici delle abitazioni storiche del territorio, fattore questo che i se è diverso dal processo di rigenerazione urbana. Nel testo proposto è grossolanamente descritto “soggetti privati e pubblici”, non dettagliano chi sono effettivamente gli attori sociali (stakeholder).

Nei processi di pianificazione urbana, gli stakeholder non possono più essere intesi come portatori di interessi e istanze o bisogni, ma devono essere considerati risorse fondamentali e inclusi come parte attiva nei processi di policy making, quindi come partner e promotori di iniziative coordinate. Una pianificazione efficace e sostenibile richiede un effettivo coinvolgimento degli stakeholder, a partire dalle fasi di individuazione delle necessità, generazione di idee e disegno degli interventi. La pianificazione partecipativa è il primo passo verso la definizione di un programma comune per lo sviluppo di una comunità locale. A partire da questa fase iniziale, le parti interessate avviano un processo di pianificazione dello sviluppo autosufficiente a livello locale.

Possiamo considerare come principali stakeholder per la pianificazione dello spazio urbano:

-        Utenti/ cittadini/ contribuenti

-        Residenti interessati/ turisti

-        Imprese

-        Dipendenti/ lavoratori

-        Organizzazioni interessate/ gruppi d’interesse

-        Mondo accademico e istituti di ricerca

      Pubblica Amministrazione.

Sarebbe utile specificare nel testo di Legge chi sono gli effettivi partecipanti al progetto di rigenerazione urbana.

Perché vi sia la buona partecipazione collettiva di community design, La Regione Veneto e l’Ente pubblico assegnatario del progetto di riqualifica di una determinata area, devono adottare tutti i mezzi di pubblicità legale, proprio come sono regolamentati i piani di gestione del territorio, quindi:

-        con riunioni pubbliche conoscitive, per indicare alla governance locale la giusta direzione sulla volontà dei cittadini;

-        comunicazioni di aggiornamento tramite “pubblicità legale” nei siti web delle PPAA coinvolte,

-        elaborazioni progettuali in pubblica visione presso la Casa Comunale per un periodo non inferiore a 30 giorni lavorativi, affinché le categorie interessate al lavoro di pubblica utilità o di pubblico interesse.

Se non vi è data pubblica partecipazione e visione a tutti, non si possono considerare lavori di “rigenerazione urbana”. In dettaglio però ci sarebbe una questione perequativa da porre in visione, ovvero sia se il lavoro è di pubblico interesse. Come detto in precedenza, questa definizione predilige la partecipazione di soggetti privati nella fase progettuale, quindi per propria formazione, l’impresa che produce un lavoro ha una propria entrata, quindi è da tenere ben presente quali ritorni avrà l’ente pubblico, o meglio, la cittadinanza in forma di lavori pubblici, o locali specifici per riunioni pubbliche.

La questa ragione dell’interesse pubblico, per l’esattezza “regionale”, di cui all’art.7 comma 1 è un’altra dicotomia di pensiero, tra la ragione fondamentale della salvaguardia del suolo e gli obiettivi previsti dal lavoro determinato. Si legge chiaramente che questo in tipo d’interesse si possono derogare i parametri previsti dalla presente normativa, ma non è specificata la Legge che individua con esattezza quali sono i lavori necessari  considerati tali.

I lavori d’interesse regionale sono stabiliti dalla  Legge Regionale 7 novembre 2003 n.27, che sono:

“Art. 2 – Definizione di lavori pubblici di interesse regionale.

1. Sono lavori pubblici di interesse regionale quelli da realizzarsi nel territorio regionale, di competenza delle amministrazioni aggiudicatrici di cui al comma 2, con esclusione dei lavori pubblici programmati, approvati ed affidati dalle amministrazioni statali e di quelli concernenti le infrastrutture strategiche, gli insediamenti produttivi strategici e le infrastrutture strategiche private di preminente interesse nazionale individuati a mezzo del programma di cui al comma 1 dell’articolo 1 della legge 21 dicembre 2001, n. 443 “Delega al Governo in materia di infrastrutture ed insediamenti produttivi strategici ed altri interventi per il rilancio delle attività produttive”.

2. I lavori pubblici di interesse regionale si distinguono nelle seguenti categorie:

a) lavori pubblici di competenza regionale, la cui programmazione, approvazione ed affidamento spetta ad uno dei seguenti soggetti:

1) alla Regione, attraverso le strutture regionali specificamente interessate;

2) alle unità locali socio-sanitarie, alle aziende ospedaliere, ai soggetti gestori delle residenze sanitarie assistenziali per anziani e disabili (RSA), limitatamente ai lavori pubblici da realizzare per dette RSA;

3) a enti dipendenti dalla Regione

4) omissis

5) ai consorzi di bonifica e alle aziende territoriali per l’edilizia residenziale (ATER), qualora realizzino opere fruenti, in tutto o in parte, di contributo regionale, statale o comunitario. Alle ATER non si applicano le disposizioni dell’articolo 25 della presente legge;

b) lavori pubblici di competenza di altri soggetti pubblici diversi da quelli di cui alla lett. a), la cui programmazione, approvazione ed affidamento spetti ad uno dei seguenti soggetti:

1) agli enti locali;

2) agli altri enti pubblici, compresi quelli economici;

3) agli organismi di diritto pubblico;

4) ai soggetti di cui all’articolo 32, comma 1, lettere b), c), f), e g) del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 “Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE;

c) i lavori realizzati da privati e assistiti almeno con il venti per cento dal contributo finanziario dei soggetti di cui alle lettere a) e b). Le disposizioni di cui alla presente legge si applicano ai predetti lavori limitatamente agli articoli 41, 42, 50, 51, 52, 53, 54, 65, 66 e 67;

d) i lavori realizzati da privati e strumentali alle attività esercitate sul mercato a prezzi o tariffe amministrati, contrattati, predeterminati nonché i lavori realizzati da società di capitali a partecipazione pubblica della Regione.

d bis) lavori di competenza delle autorità d’ambito di cui alla Legge regionale 21 gennaio 2000, n. 3 “Nuove norme in materia di gestione dei rifiuti” e lavori affidati dai soggetti gestori del Servizio Idrico Integrato previsti dalla legge regionale 27 marzo 1998, n. 5 “Disposizioni in materia di risorse idriche, istituzione del servizio idrico integrato ed individuazione degli ambiti territoriali ottimali, in attuazione della legge 5 gennaio 1994, n. 36”, in relazione ai quali la programmazione ed approvazione dei progetti preliminari e definitivi spetta alle autorità d’ambito territoriale ottimale individuate dalla legge medesima;

d ter) i lavori realizzati dai privati in attuazione degli accordi tra soggetti pubblici e privati previsti dall’articolo 6 della Legge regionale 23 aprile 2004, n. 11 “Norme per il governo del territorio” e successive modifiche e integrazioni; ai predetti lavori si applicano le disposizioni in materia di progettazione e direzione lavori, contabilità e collaudo dei lavori di cui alla presente legge e alla vigente normativa statale.

3. Sono altresì lavori pubblici di competenza regionale quelli dichiarati tali con legge regionale o con provvedimento della Giunta regionale, nonché i lavori pubblici di cui all’articolo 60, comma 2, una volta inclusi nel programma triennale di cui all’articolo 4 in quanto ritenuti strategici ai fini della modernizzazione e dello sviluppo della Regione”.

Come si evince per l’ennesima volta, è data la possibilità di sforare i Piani territoriali a tutte quelle imprese private che producono questa tipologia di lavori. Si danno le redini del comando alle attività private la possibilità di gestire il territorio, sopra ad ogni regola predeterminata.

A cosa serve la legiferazione di leggi o norme regionali per il contenimento del consumo di suolo, se poi nella pratica si incentiva pa produzione di cemento nel territorio?

 

Per concludere il ragionamento in merito a questa norma, come si è potuto evincere da conclusioni tecniche, quanto è stato prodotto dall’attuale Maggioranza, è per l’ennesima volta un modo per dare la possibilità ai costruttori edili di cementificare ulteriormente la terra veneta. Proprio in difesa di quest’ultima , ed in ultima battuta, non si è mai fatto riferimento all’abrogazione delle Leggi Piano Casa, dove queste, sempre in forma derogativa delle norme locali sulla gestione urbanistica, danno la possibilità di ampliare in termini volumetrici gli edifici residenziali, anche consumando suolo. Quindi qual è la direzione che vuole intraprendere il Presidente Zaia?

 

 

 

Bibliografia

-                 Città e politiche in tempi di crisi – a cura di L. Fregolent e M. Savino, 2015, Fraco Angeli, Studi urbani e regionali;

-                 Comunicazione e partecipazione per il governo del territorio – Angelini, D’Onofrio, 2015, Fraco Angeli, Studi urbani e regionali;

-                 Pratiche, “il territorio è l’uso che se fa – di P.L. Crosta, 2010, Franco Angeli, Franco Angeli/Urbanistica;

-                 PTCP di Treviso;

-                 Introduzione alle politiche pubbliche – di A. Donà, 2010, Laterza, Manuali

Elementi per il governo del territorio – di M. Francini e M.F. Viapiana, 2009, Franco Angeli, Franco Angeli/Urbanistica;